Terni, inquinamento, contaminazione olive, rischi per la salute: intervista a medico Isde Romagnoli

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Carlo RomagnoliDopo le acque al cromo esavalente nella galleria Tescino e la contaminazione di latte, uova e insalata, lunedì scorso sono emerse anche le olive avvelenate da metalli pesanti. Quest’ultimo caso è stato portato a galla da un’inchiesta del Gr di Radio Rai Uno che ha fatto analizzare i frutti prelevati nei pressi della discarica Ast ed ha chiesto di trarre le conclusioni al dottor Carlo Romagnoli, referente umbro di Isde (Medici per l’ambiente). Terni Oggi lo ha intervistato.

Dottor Romagnoli, cosa è emerso dalle analisi delle olive prelevate nei pressi della discarica dell’Ast?

“Abbiamo esaminato l’acqua di lavaggio, il nocciolo e la polpa. Possiamo affermare che i livelli di presenza di metalli pesanti riscontrati sono ‘livelli di attenzione’ e indicano la necessità di monitorare ulteriormente e intervenire sull’eventuale consumo di olio da parte di almeno tre categorie di soggetti: le coppie con un progetto procreativo a breve termine, le donne incinta e i bambini piccoli. Naturalmente sono necessarie ulteriori indagini ma i dati sono indicativi poiché nell’area si sommano ad eccessi e sforamenti relativi a diossine, cromo, nichel nell’aria, ecc. Inoltre questi metalli, trovandosi nel nocciolo e nella polpa, indicano il fatto che sono entrati nel cuore della pianta e quindi non si tratta di una contaminazione esterna ma di una contaminazione profonda”.

E’ ipotizzabile una contaminazione delle falde acquifere?

“Bisognerebbe conoscere la struttura geologica del territorio. E’ molto probabile che la dispersione di polveri che da molti anni si realizza nel circondario della discarica possa aver intriso i terreni e l’olivo (che ha un apparato radicolare molto esteso e molto superficiale). Sull’ipotesi della contaminazione delle falde acquifere, non abbiamo dati ma anche questa è una possibilità”.

Quali sono i pericoli di alimentarsi con un olio ricavato da quelle olive?

“Se gli ulteriori esami che verranno effettuati sull’olio di oliva confermeranno la presenza di contaminanti in quantità superiore alla soglia, bisognerebbe stare attenti perché le conoscenze scientifiche più recenti hanno evidenziato un ruolo epigenotossico dei metalli pesanti. Queste sostanze hanno la possibilità di influenzare lo sviluppo delle informazioni contenute nei nostri cromosomi in modo da rendere il soggetto predisposto ad alcune malattie cronico-degenerative. Non solo tumori ma anche malattie del metabolismo, del sistema nervoso e dell’apparato riproduttivo”.

E’ possibile valutare il reale impatto sulla salute dei cittadini di questo tipo di inquinamento? Gli studi epidemiologici che vengono solitamente condotti sono idonei a valutarlo?

“C’è in effetti un problema. Stiamo parlando di predisposizione, o maggiore suscettibilità, a sviluppare alcune patologie nel corso della vita e questo mette un po’ in crisi i modelli classici di studi epidemiologici che in genere vanno a misurare effetti in un arco temporale più definito in cui, successivamente all’esposizione, ci si attende che accadano alcune cose. Abbiamo visto che sui tumori è parzialmente impossibile perché ad esempio l’esposizione all’amianto può determinare lo sviluppo della malattia 20 o 30 anni dopo. Ad esempio proprio adesso nella Conca ternana abbiamo un eccesso di casi di mesotelioma anche se le attività produttive che utilizzano amianto (principale causa di mesotelioma, ndr) sono ormai scomparse. L’amianto è presente solo in modo residuale, eppure la malattia continua a presentarsi. Quindi la capacità degli studi epidemiologici classici di fare luce sugli effetti nocivi delle esposizioni che coinvolgono l’epigenoma è meno adeguata tant’è vero che a livello scientifico vengono messi in campo nuovi modelli di studio più idonei. Il fatto che ci sia un ruolo epigenotossico anche dei metalli pesanti non è invece in discussione, c’è una bibliografia estremamente consolidata. Anche se l’Italia è indietro da questo punto di vista. Se vediamo il Piano nazionale della prevenzione 2014-2018, sugli effetti epigenotossici delle sostanze, non c’è scritto nulla. Ed è molto grave. Lì si continua a insistere, da una parte giustamente, sui rischi volontari (cioè bere, fumare, non camminare e mangiare troppo) ma si dice molto poco o niente sugli effetti dei rischi involontari. Siamo quindi in presenza di un ritardo nell’aggiornamento scientifico soprattutto da parte del ministero della Salute. Anche le Asl dedicano poche attenzioni ai rischi involontari. Anche nella Relazione sullo stato di salute nel ternano, c’è una grande attenzione ai rischi volontari ma in una zona come Terni che è un Sin (Sito di interesse nazionale quale area contaminata ndr) non avere una trattazione specifica sui rischi da insediamenti produttivi e dell’inceneritore è un aspetto che va sicuramente colmato”.

Ha parlato di nuovi modelli di studio per valutare i rischi e gli effetti dell’esposizione a sostanze epigenotossiche. Quali sono?

“Intanto si parte da un approccio più comprensivo cioè bisogna uscire dall’approccio umanistico per cui ‘se una sostanza non fa male all’uomo allora non ce ne importa niente’. Soprattutto nei Paesi scandinavi, che sono all’avanguardia da questo punto di vista, sono stati messi a punto dei modelli di studio per gli effetti a lungo termine delle sostanze inquinanti e in particolare per un gruppo di sostanze che hanno effetti genotossici cioè gli interferenti endocrini. Sono stati condotti studi su tutti i vertebrati che condividono con l’uomo il sistema endocrino assumendo che gli stessi effetti possano verificarsi anche nell’uomo. Quindi sono approcci sistemici, ampli e integrati”.

Lei crede che la situazione ambientale di Terni sia effettivamente nota e conosciuta in tutti i suoi aspetti e in tutte le sue criticità o crede invece che ci sarebbe la necessità di ulteriori studi e ricerche?

“Ulteriori studi sono sempre necessari però accanto agli studi, accanto al monitoraggio dell’inquinamento, delle matrici ambientali e anche degli effetti sull’uomo, noi riteniamo che potrebbe essere il caso di iniziare ad applicare il principio di precauzione e il principio di responsabilità. Il primo principio dice che è meglio evitare l’esposizione in condizioni in cui si possano realizzare dei pericoli per i cittadini, il secondo principio dice che i cittadini devono essere informati ma anche che le istituzioni devono comportarsi responsabilmente avendo anche il compito di proteggere i cittadini da questi rischi”.

Crede che, lentamente, si stia andando verso l’applicazione di questi principi oppure siamo ancora lontani dall’adottare una simile mentalità?

“Tornando al piano nazionale della prevenzione, come medici per l’ambiente siamo molto insoddisfatti perché a fronte di uno sviluppo delle conoscenze scientifiche che mettono in luce pericoli che procurerebbero danni per la salute umana in modo diverso e più complesso da ciò che si sapeva in passato, gli interventi che vengono messi in atto non sono sufficienti. Però devo anche dire che dei cambiamenti ci sono. Per esempio nel Ternano è molto interessante osservare il realizzarsi di una sorta di osservatorio diffuso cioè la Rai fa gli esami, Italia Nostra pure fa degli esami, i singoli cittadini fanno analizzare insalata, uova ed altro. Si è quindi passati da una fase in cui c’era una delega totale nei confronti dei servizi di prevenzione ambientale ad una fase in cui il giudizio sulla neutralità di questi servizi di prevenzione ambientale viene messo in discussione. E questo a mio avviso fa ben sperare perché c’è una maggiore partecipazione ed una maggiore attenzione”.

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Riportiamo infine alcune precisazioni metodologiche rispetto agli esami sulle olive prelevate nei pressi della discarica Ast.

“Come nota metodologica va precisato che non esiste una normativa specifica per quanto riguarda la concentrazione di metalli pesanti nelle olive, abbiamo però una normativa specifica per quanto riguarda la concentrazione di piombo negli olii che deve essere, in base al regolamento 1866 dell’Unione europea, non superiore a 0,1 milligrammi per chilo. Per deduzione, e supponendo che nel processo di estrazione dell’olio di oliva la concentrazione di metalli pesanti non diminuisca, noi abbiamo assunto che sia per il piombo che per altri metalli pesanti possa essere considerato lo stesso limite di 0,1 milligrammi per chilo. Con queste premesse, abbiamo esaminato acqua di lavaggio, nocciolo e polpa e in tutti i campioni i livelli sono risultati superiori a 0,1, sia per il piombo che per il cromo che per altri metalli. Sono quindi livelli di attenzione. Ultima nota metodologica riguarda il fatto che noi non conosciamo i trattamenti chimici e farmacologici eventualmente effettuati agli ulivi ne conosciamo la composizione chimica del terreno”.

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