Carcere di Terni, autolesionismi, intervista al comandante Gallo: “Ecco perché accadono e cosa facciamo per impedirli”

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carcere TerniHa suscitato clamore il folle gesto di un detenuto nel carcere di Terni che si è tagliato il pene per protesta. Un fatto davvero assurdo che però va inquadrato in quella che è attualmente la situazione carceraria ternana. E’ il comandante della polizia penitenziaria Fabio Gallo a contestualizzare quanto avvenuto e a fornire il punto di vista di chi ha il difficile compito di gestire la sicurezza nella casa circondariale.

Intanto, spiega il commissario Gallo, che “il caso ha suscitato clamore per la particolare parte del corpo interessata ma gli atti di autolesionismo purtroppo, sono in costante aumento e all’ordine del giorno. I detenuti si procurano ferite spesso utilizzando delle lamette (di tipo bic), o qualsiasi altro oggetto (anche rudimentale) contundente: si tratta di incisioni cutanee per lo più superficiali, non rischiano la vita ma hanno copiose perdite di sangue e restano con delle cicatrici permanenti. Noi ormai conviviamo giornalmente con la necessità di impedire questi gesti”.

Perché sono così frequenti questi atti di autolesionismo?

L’autolesionismo in carcere rappresenta un fenomeno che è esistito da sempre e, a mio avviso, continuerà ed esistere, in quanto rappresenta sia uno stato di disagio sia un modo per scaricare la tensione emotiva. Potrebbe anche rappresentare una condotta “manipolativa” da parte del detenuto. E’ poi importante anche evidenziare che la vita detentiva, con l’introduzione del regime che prevede l’apertura delle camere detentive (per almeno 8 ore al giorno) e delle innovazioni introdotte a seguito della c.d. sentenza “Torreggiani” del 2013 (l’’Italia è stata infatti condannata dal Cedu – Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo – tra l’altro, per l’eccessivo tempo trascorso in cella dai detenuti), ha subito sostanziali modifiche inerenti le dinamiche intramurarie determinando anche, per certi aspetti, un innalzamento di eventi critici. Mi riferisco ad esempio alle situazioni in cui 45-50 detenuti di varie etnie e di varie religioni permangono, tutti insieme, per 8 ore (o più) al giorno all’interno delle stanze, nei corridoi, nelle salette ricreative, nelle palestre. Questa situazione diviene pericolosa dal punto di vista della gestione, non solo per i motivi anzidetti ma anche in virtù del fatto che spesso il personale addetto alla vigilanza è composto da una sola unità. C’è poi un’altra causa che determina gli atti di autolesionismo…”

Qual è?

“Un fatto culturale. Molti detenuti stranieri sono infatti maghrebini, provengono da Paesi in cui è solito mettere in atto manifestazione di protesta con queste modalità. La loro specifica modalità non è quella di “aggredire gli altri” ma, al fine di attirare su di sé attenzioni per il disagio prodotto dalla detenzione, utilizzano questi gesti di autolesionismo. Contrariamente non si tratta di un atteggiamento tipico di detenuti di origine europea.

L’organizzazione sindacale crede però che i detenuti siano anche in qualche modo incoraggiati a continuare con gli atti di autolesionismo perché con tali gesti riescono ad ottenere delle concessioni.

“E quale sarebbe l’alternativa? Possiamo lasciare che continuino a farsi del male? L’autolesionismo, in alcuni casi, altro non è che un sintomo di fragilità e di forte disagio. L’immissione ad un’attività lavorativa o ad un corso (soluzione che viene spesso adottata in seno allo staff multidisciplinare), può rappresentare il giusto modo per permettere ad un soggetto “debole” di recuperare l’equilibrio e acquistare fiducia in sé stesso. Oltretutto quando i detenuti si autolesionano, anche noi poliziotti rischiamo in termini di sicurezza. Il più delle volte accade che bisogna trasferirli nei luoghi esterni di cura, ove c’è anche la possibilità che vengano ricoverati e quindi predisporre il servizio di “piantonamento”. Procedure queste che presuppongono un inevitabile aumento di risorse umane da impiegare. Quindi dobbiamo, a mio avviso, non solo gestire ma anche rintracciare possibili soluzioni che possano risolvere gli eventi critici sopra descritti nel modo più equilibrato possibile”

 Cos’altro si potrebbe fare?

“Mettiamo in atto tutto ciò che è nelle nostre possibilità. Non tolleriamo ovviamente atteggiamenti intimidatori e di strumentalizzazione; in definitiva non permettiamo che i detenuti ci tengano “sotto scacco”. Se guardiamo al caso specifico riportato nell’articolo, la così detta “rivolta”, i tre detenuti che hanno messa in atto comportamenti non consentiti e allo stesso tempo estremamente pericolosi per l’ordine e la sicurezza dell’istituto, sono stati puniti disciplinarmente con la sanzione dell’isolamento, sono stati altresì denunciati penalmente e trasferiti in altri istituti penitenziari. Quindi tutti gli strumenti che abbiamo a disposizione sono stati utilizzati”.

Eppure alcuni rappresentanti sindacali chiedono da anni un atteggiamento più duro nei confronti dei detenuti più indisciplinati.

“Ognuno ha il proprio punto di vista. Noi abbiamo pochi strumenti a disposizione previsti dalla normativa vigente e cerchiamo di utilizzarli. Certo, dal punto di vista sindacale si pensa che non basti ma purtroppo non possiamo fare altro. Non siamo certamente noi a poter decidere sulle pene o sulle misure più afflittive. E’ però condivisa la nostra attenzione nei confronti delle problematiche sollevate dalle Organizzazioni Sindacali”.

Concretamente, cosa vorrebbe il sindacato quando chiede più fermezza?

“Probabilmente si allude ad una maggiore rigidità e fermezza, vorrebbero forse procedure più snelle e tempestive in caso di trasferimento dei detenuti di difficile gestione intramuraria. Da non trascurare però, le funzioni del Corpo di Polizia Penitenziaria di duplice veste, infatti accanto a quella di garantire la sicurezza vi è quella rieducativa prevista dall’art. 27 della Costituzione, il cui obiettivo risulta essere quelle di restituire alla società un uomo risocializzato. Missione, questa, difficile…”

Missione impossibile?

“Beh il tasso di recidiva è ancora molto alto”.

Cosa sarebbe utile per diminuire il tasso di recidiva?

“Credo che gli strumenti a disposizione potrebbero essere tanti ma addentrarsi nella specifica di ognuno di essi significherebbe sfociare in altri ambiti, per altro non di mia competenza. Una delle problematiche che è certamente degna di essere affrontata è quella relativa alla presenza, all’interno dell’istituto penitenziario, dei detenuti stranieri. Nel carcere di Terni circa il 60% dei detenuti (120 su 200 appartenenti al circuito penitenziario media sicurezza), sono stranieri. Su di loro non è possibile attuare percorsi trattamentali completi dal momento che, una gran parte di essi, verrà espulsa dal territorio dello Stato non appena la pena sarà scontata. Diverso è invece il discorso in merito ai detenuti italiani, in particolari quelli Umbri/ternani con i quali spesso si riesce a lavorare proficuamente ottenendo risultati dal punto di vista trattamentale: è proprio con questi ultimi che posso affermare che il tasso di recidiva diminuisce”.

“Poi in aggiunta c’è da considerare che il carcere di Terni è destinato anche a contenere detenuti del circuito Alta Sicurezza, appartenenti ad associazioni criminali di stampo mafioso. In quei casi è molto difficile, ovvero quasi impossibile, ottenere esiti positivi in termini di riabilitazione. Basti pensare che il detenuto facente parte di un clan, scontata la pena, torna nel proprio territorio di appartenenza e con molta probabilità, in seno al proprio clan poiché difficilmente riuscirà ad allontanarsi dagli ambienti della criminalità organizzata”.

“Altre situazioni e problematiche complesse, possono essere evidenziate nell’ambito dell’Istituto Ternano. Mi riferisco ai detenuti della sezione “protetta”, coloro i quali hanno compiuto reati di riprovazione sociale come ad esempio la violenza sessuale, la pedofilia e altri reati ritenuti riprovevoli dalla maggior parte della popolazione detenuta. C’è poi anche il problema della tossicodipendenza negli istituti, che necessita di protocolli sempre più specifici. Da ultimo, non per importanza, giova sottolineare la crescente presenza di soggetti “psichiatrici” i quali presuppongono continui interventi sanitari, trattamentali e necessitano di una costante attività operativa da parte del personale di Polizia Penitenziaria”.

In conclusione?

“In tutto questo difficile e delicato contesto si apprezza, quotidianamente il lavoro svolto da parte di tutto il personale di polizia penitenziaria in servizio presso la Casa Circondariale di Terni, che nonostante la significativa carenza di personale, espleta i propri compiti istituzionali con lodevole impegno”.

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